Abbraccio simbolico tra comunità nella chiesa madre

 

 

 

Nella giornata - domenica 2 luglio - degli slogan "italianissimi" con i seguaci salernitani di Matteo Salvini, impegnati a rievocare la più perversa delle forme del fascismo, sia ben inteso non quello delle bonifiche, delle leggi agrarie che pure si era macchiato di atti atroci nelle campagne dei braccianti, restandone ufficialmente distante, come distante formalmente ma contemporaneo fu alle uccisioni di Matteotti, alla morte in carcere di Gramsci, a quella in esilio di Gobetti e di tanti altri meno noti.

No, nella giornata in cui un fascismo che si avvicina più a quel fascismo delle leggi razziali, che condannarono italiani alla negazione dell'identità prima, allo sterminio successivamente, della complicità con i crimini nazisti, della convivenza con le colpe dei massacri successivi all'armistizio, insomma mentre qualcuno tornava a parlare di etnia, attraverso la folle pretesa della purezza della stessa e della pseudo sostituzione di quella italiana, manifestando contro lo Ius Soli, a San Cipriano Picentino, il paese del santo africano, qualcosa di grandioso è avvenuto nella semplicità più disarmante.

Da giorni in paese si è aperta una discussione più o meno accesa, per la collocazione non lontanissimo ma neppure vicino al centro abitato, di alcuni migranti, in prevalenza provenienti da Nigeria, Ghana, Camerun, Mali, in un centro di accoglienza ricavato in una struttura privata, come tanti in giro per la provincia.

Ebbene per iniziativa di alcuni giovani locali e del parroco Don Natale Scarpitta, alcuni di questi ospiti, cinque dei diversi cristiani ospitati nel centro di accoglienza, hanno partecipato alla messa in programma alle ore 19.30 nella stracolma chiesa madre del comune dei Picentini accompagnati in loco da alcune staffette locali.

"Oggi abbiamo dei fratelli speciali - ha esordito dall'altare Don Natale - con loro la nostra comunità si arricchisce ed è nostro compito accoglierli come fratelli, rappresentano la sofferenza della nostra chiesa nel mondo."

Parla di amore Don Natale Scarpitta, di quell'amore che passa attraverso la sofferenza di Gesù e attraverso la resurrezione dona la speranza. Ma di quale speranza si può parlare, se non quella di offrire acqua ai dissetati "io ho paura dei forti, io ho paura dei superbi, io ho paura di chi non ha bisogno degli altri. Il compito di un buon cristiano - conclude il sacerdote - è quello di riconoscere la sofferenza altrui, di restare vicini a chi soffre e di scegliere in che modo dissetare il nostro vicino."

A fine messa Don Natale annuncia la raccolta indumenti promossa dalla parrocchia, dal Forum dei Giovani e dalla Pro Loco e si rivolge ai cinque giovani presenti in chiesa - che hanno seguito la celebrazione attraverso delle letture tradotte in inglese da alcuni ragazzi del posto - e rivolgendosi poi anche a tutti gli altri fedeli, invita gli uni ad abbracciare gli altri, in una conoscenza necessaria quanto umana.

Quello che avviene dopo il solito "la messa è finita andate in pace" è un inno alla gioia, è la risposta ferma al razzismo, una interminabile fila di fedeli si posiziona al centro della navata come alla fine di una processione per abbracciare il santo e sfiorare le sue fatiche. Ma questa volta sull'altare, ci sono cinque giovani che ottengono probabilmente il più grande dei doni possibili, quello della fratellanza.

Questo dono, si staglia ben visibile sui loro volti che mostrano i segni del viaggio, le cicatrici delle torture libiche e di quelle inferte probabilmente durante l'intero percorso di fuga dalla disumanità, imposto all'Africa, dai modelli post coloniali.

Mentre da qualche parte non lontano, qualcuno invocava con fierezza, la resistenza alla sostituzione etnica, forse dimenticando che l'etnia italiana è da millenni il risultato di incroci di popoli, barbari, dominatori, provenienti da ognuno dei punti cardinali, nutrendo di odio le proprie paure, nel paese che porta il nome di un santo nato a Cartagine, in una Italia mediterranea dalle architetture arabe, bizantine, normanne, i fedeli di San Cipriano Picentino hanno messo in pratica la più alta forma di cristianità, la capacità di accogliere ed imparare dagli altri, siano essi cristiani, musulmani, atei, facendolo attraverso la disarmante semplicità del dono, sia esso un sorriso, uno sguardo occhi negli occhi, una stretta di mano, un abbraccio.

 

Ivan Romano

Foto Ivan Romano

 

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