Decrescere per aiutare i migranti a casa loro

 

 

 

Il movimento comunemente chiamato No Global era un insieme eterogeneo di posizioni politiche che gravitavano attorno alla critica del sistema economico capitalista, rappresentato da multinazionali e consumismo.

La prima comparsa sulle scene del movimento poi definito in Italia come No Global si ha nel novembre del 1999 a Seattle negli Stati Uniti in occasione della conferenza del WTO organizzazione mondiale del commercio.

Le critiche del movimento sono rivolte come detto al sistema economico dei mercati globalizzati, alle multinazionali, ai massimi sistemi di gestione sovra nazionale dei mercati, il WTO appunto, ma anche il G8, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

Le multinazionali erano e sono considerate da questo movimento, come delle potenze capaci di alterare le scelte politiche degli stati nazionali a discapito delle tutele sociali.

Il consumismo era ed è interpretato come l'elemento di impoverimento delle masse, capace di alterare i rapporti di sostenibilità tra umanità ed ambiente naturale.

All'interno di esso confluirono posizioni di destra, di sinistra e anarchiche, con pretese di democrazia diretta, autonomia locali, sviluppo sostenibile, ambientalismo, anti proibizionismo, pacifismo e di rivendicazioni sociali.

Il movimento di fatto concluderà la sua esperienza nel luglio del 2001 alla fine del sanguinoso G8 di Genova in cui gli scontri tra forze dell'ordine e la frangia violenta del movimento, portarono alla morte di Carlo Giuliani, attivista italiano, per confluire nei più ampi movimenti pacifisti sorti negli anni 2001-2005 durante i conflitti in Afghanistan e Iraq.

Senza scendere nei dettagli delle sentenze dei tribunali, e della corte europea in merito agli abusi perpetrati dalle forze dell'ordine italiane in occasione del G8, abusi definiti come vere e proprie Torture dalla Comunità Europea, è bene chiarire che il movimento NoGlobal professava una religione dell'anti globalizzazione economica attraverso l'opposizione ai mercati globali.

Negli ultimi anni, la perversa dinamica della crisi economica del mercato globale che subisce gli effetti delle oscillazioni delle produzioni locali e delle speculazioni, ma anche la frantumazione dei mercati tradizionali, con la successiva perdita dei diritti sociali dei lavoratori, sempre più mortificati, specialmente nei contesti occidentali, dalla concorrenza al ribasso hanno in effetti dato ragione alle prospettive allarmanti del movimento No Global.

Senza alcun dubbio i timori per l'uso capitalistico delle risorse naturali ed in particolar modo delle risorse non riproducibili, con gli effetti su ambiente, clima e cambiamenti climatici, rappresentano la più lampante conferma che quel movimento aveva ben compreso certe dinamiche.

Di recente noto che con grande superficialità si liquida la questione NoGlobal, criticando proprio l'evoluzione del movimento, trasformatosi negli anni degli immani flussi migratori, in No Border attribuendo in questo passaggio un controsenso culturale.

In effetti lo spauracchio dell'anti globalizzazione di fine anni novanta e degli inizi degli anni duemila, rivolgeva le proprie preoccupazioni proprio nei confronti della forbice sociale che stando a quanto urlato nelle piazze in quegli anni, poteva acuire le differenze tra ricchi e poveri, tra mondo occidentale e terzo mondo, tra chi scappa dal proprio mercato-nazione e chi invece può godere di essi.

Del resto è inutile spiegare che i No Border, il movimento che appoggia la politica dell'accoglienza e del mutuo soccorso tra i popoli, fonda il proprio messaggio su quella solidarietà tra popoli che dovrebbe spingere i ricchi ad assistere i poveri.

In questa ottica si colloca ancora ringiovanito il movimento NoGlobal, un movimento che indicava con il dito la perversione del capitalismo globale e che invece è stato troppo spesso e semplicisticamente liquidato dietro un estintore - quello che aveva in mano Carlo Giuliani prima di essere ucciso a piazza Alimonda a Genova.

Su quei fatti, sugli errori delle forze dell'ordine che caricarono per sbaglio il corteo pacifico, invece dei black blok, esiste un tacito condizionamento che è dovuto alle ideologie di appartenenza, più vive e consolidate che mai.

Eppure tutti oggi si è concordi con definire negativamente i tempi che stiamo vivendo, sia le destre radicali che auspicherebbero una chiusura totale ai disperati del mondo, sia i "welcome refugees" tutti divisi dalla soluzione al problema, sia chi era ed è nel mezzo, sia chi a Genova o a Napoli durante il Global Forum, ha abusato del proprio ruolo, picchiando, torturando.

Ma quella soluzione, l'unica capace di risolvere il problema e non spostarlo altrove, con il rischio che prima o poi si ripresenti più feroce che mai, la soluzione ultima ai flussi migratori, alle rivendicazioni sociali, alle condizioni di povertà diffusa, al decadimento ambientale, alla scarsità di acqua e cibo era ed è quella indicata dalla generazione del NoGlobal.

La generazione definita da Dan Woodman "Xennial" come la migliore, perchè capace di vivere il tempo dell'analogico e quello del digitale, la generazione che parlava di decrescita, di sostenibilità, anticipava di tre lustri - un quindicennio - il quadro socio politico del globo, la generazione che ha provato a discutere su temi globali, la prima in assoluto che ha guardato al mondo intero lasciando in eredità una scia di "l'avevamo detto".

Del resto ieri come oggi, lo slogan dei NoGlobal era ed è "Un altro mondo è possibile" ma nell'attesa di questa possibilità, esistono degli appuntamenti chiave, dei principi che per dirla alla Tiziano Terzani, rappresentano una grande occasione di dialogo, una grande opportunità di migliorare il mondo.

Queste sfide sono senza alcun dubbio rappresentati da migranti e crisi ambientali - e qui non mi limito ai cambiamenti climatici, ma a siccità e mancanza di produzioni e carestie - alla base ultima dei flussi migratori, alla pari dei lavori sottopagati delle miniere di coltan, di oro, di argento o di qualsiasi altra materia prima sottratta a discapito delle popolazioni a vantaggio di tribù e dittatori locali che giustificano il loro potere attraverso lo scambio impari con l'occidente.

Ma la colpa non può essere ascritta solo a principi di carattere economico, dietro questo rapporto che l'occidente attribuisce a tutti i rapporti, occidente - materie prime, occidente - terzo mondo, occidente - uomini, vi è di fondo la più grande critica mossa all'occidente dai No Global, quella relativa al capitalismo dei consumi.

Ebbene al fronte dei 6 miliardi di euro pagati alla Turchia delle carceri per i dissidenti anti Erdogan, cifra elargita dalla comunità Europea che pure dovrebbe vedere alla Turchia come ad una nazione che viola i principi dell'Unione, cifra attribuita al biennio 2017-2018 per bloccare i flussi migratori verso i Balcani e l'Europa, è inevitabilmente necessario guardare alle prospettive No Global.

Questi 6 miliardi di euro, risolvono forse le carestie del corno d'Africa? possono sfamare le zone sub sahariane? fermare guerre e dittature? Questi 6 miliardi di euro sono esattamente la pillola lenitiva, come lenitiva si appresta ad essere la politica di controllo dei flussi provenienti dalla Libia.

Forse è giunto il tempo di superare i colori degli attori che nel 2001 vennero troppo facilmente e irrispettosamente definiti come "zecche" aprirsi al modello proposto oltre 15 anni fa, significa avere la possibilità di vivere in un paese dove non occorre accogliere, certo decrescere significa rinunciare, ma così potremmo veramente aiutare chi migra a costruire nei paesi di origine le condizioni necessarie per restarvi, così in definitiva, possiamo aiutarli a casa loro.

 

Ivan Romano

Foto Ivan Romano

 

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