Cerca

Facebook

    

La tragedia dimenticata

 

Iniziare un racconto impone una grande conoscenza dei fatti. Se quel racconto viene poi narrato da chi ha più esperienza e capacità, al narratore non resta che cambiare prospettiva, salire sulle creste dei monti e cercare un punto di vista nuovo. L'ultima tragedia di fango che ha vissuto la città di Salerno è stata quella che dopo le fortissime piogge cadute tra il 25 e il 26 ottobre 1954 sommerse Salerno strappando 318 anime alla loro vita. Con il capoluogo furono colpite anche Vietri sul Mare, Cava de' Tirreni e Maiori, tutte unite da lacrime di legno, ferite profonde che solo il fango sa lasciare. Il rumore di un'alluvione è pari solo all'odore di marcio che lascia alle sue spalle. Dopo il maggio del 1998, a Sarno e nelle colline "assassine", l'odore di terra morta spezzava il fiato. Salerno ha conosciuto spesso il rumore e l'odore delle frane. Il Bonadies spesso ha lasciato cadere metri cubi di terra, roccia, alberi, case e tutto quello che non riusciva a sfuggire a quel rombo furioso, diventava spiaggia e nuova costa e odore nauseabondo. Non occorre specializzarsi in archeologia del paesaggio per avere a mente il fatto che la terra, si sia man mano accumulata tra il margine estremo della città medievale, che aveva in Porta Catena un naturale sbocco verso il mare e quella costa che oggi è sormontata da via Roma. Pochi sanno che il complesso di San Pietro a Corte il palazzo reale voluto da Arechi II che era nel VIII secolo affacciato sul mare, ha nelle sue fondamenta una memoria storica come quella che può essere rintracciata nelle pagine ingiallite dei quotidiani che nel 1954 hanno raccontato quella tragedia. Le terme romane, diventate poi la chiesa di San Salvatore de Fundaco, il palazzo che Arechi fece narrare da Paolo Diacono come espressione della rinascita della tradizione romana nel Medioevo e ancora il normanno palazzo Fruscione, sono le pagine ingiallite di un'altra tragedia di fango, che alzò nella zona di via dei Canali il piano di calpestio dai 2 metri dell'epoca romana ai 6 metri del periodo bizantino, quello per intenderci, della costruzione del primo impianto del castello medievale. Monumenti che hanno nelle loro fondamenta, tracce della Salerno romana obliterata dalle colate di fango, di alluvioni avvenute nel corso dei secoli. La storia ci suggerisce che eventi come quello del 1954 erano già noti ai salernitani e che probabilmente sono geologicamente comparabili a quelli che portarono alla tragedia del 1998 di Sarno, Quindici e delle dimenticate Siano e Bracigliano, perchè le tragedie di fango hanno sempre nella loro memoria dei nomi dimenticati. Provate a cercare la tragedia di fango che ha provocato più vittime in Italia, i duemila morti del Vajont e troverete nomi che ancora risultano dispersi, paesi spazzati via dalle acque, Longarone ricostruita poi in tre nuovi centri o di Erto e Cassio o di chi di quella tragedia era morto mentre si costruiva la tragedia, la diga del Vajont, un'altra storia. La vicinanza del Vesuvio è un comune denominatore. Basti pensare che la villa Rustica di epoca romana di via san Leonardo è stata abbandonata a seguito dell'eruzione del 79 d.c. e che i terreni prodotti da accumulo eruttivo possono decidere di tornare giù, se il vento e la sorte li hanno adagiati su pendii verticali. Niente di nuovo, eppure qualcosa resta misteriosamente dimenticato, come taciuto, perché in fondo le tragedie sono dolorose. 318 lacrime di legno, il fango a spazzarle via e in mezzo tante storie, tanta storia che scegliamo di rimandare alle pagine ingiallite di chi, nei giorni del dolore, ebbe modo di raccontare come dal dolore si risorge, come dal fango si rinasce.

 

Ivan Romano

Foto di Ivan Romano

 

Seguici anche su: