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Una storia vecchia su cui si perde ogni volta l'occasione giusta

Genova è dal 2001 la città delle verità personali. Esistono due storie sui fatti legati al g8 del 2001, da un lato quella delle Forze dell'ordine e di un certo pensiero di chi si colloca in un certo contesto politico e dall'altro quella di chi era in piazza, per manifestare, documentare, raccontare e anche questa versione ha dalla sua il pensiero di tutti coloro che collocati in un contesto politico opposto a quello dei primi, pretendono di creare verità personali. In questa dinamica della costruzione della verità, figlia degli anni di piombo, dei blocchi del novecento, dove i fatti vengono surclassati e annientati da posizioni preconcette si collocano i fatti, i processi, le verità ricostruite dai giudici ed è per questo che anche quando si identificano responsabilità, accertando delle colpe, determinati da errori o da strategie, quando insomma fioccano le condanne, si finisce per assistere agli avanzamenti di carriera, alle promozioni, agli incarichi super pagati. Ma anche in questo si denota una strategia tipicamente all'italiana, dove chi spara perchè aggredito, sbaglia e uccide ma viene totalmente abbandonato alla sua sorte, benchè fosse un ausiliario, mentre chi ordina chi organizza male o fin troppo bene certe cose, avanza in carriera finendo per sollevare polemiche sterili, quando un tribunale di Strasburgo ci condanna per torture.

Limitandoci all'assalto alla Diaz, senza scomodare gli ordini sbagliati o troppo corretti, le cariche fatte ai cortei sbagliati e quelle non fatte ai black block, le frasi tra "colleghi" che con il morto sull'asfalto di piazza Alimonda, contanto "siamo uno a zero per noi" e limitandoci insomma a quei fatti finiti per diventare dopo quattordici anni ancora tristemente attuali, dopo le considerazioni avanzate su l'allora capo della polizia De Gennaro, sulle ricostruzioni diventati fatti, con la condanna di un tribunale internazionale, dopo quella nazionale che ha individuato delle responsabilità su quelle cattive scelte e sulla costruzione a tavolino di prove per giustificare quelle scelte, su cui sono puntualmente arrivate le condanne. Ma chi erano le persone in quella scuola, travolte dalla furia degli eventi ben documentati dal film Diaz e dal documentario Bella Ciao prodotto dalla Rai a firma di Marco Giusti e Furio Torelli? In quella scuola c'erano ragazzi del social forum e giornalisti, nessuno di questi collegati o riconducibili - stando ad una sentenza del tribunale - ai fatti di quel tragico luglio genovese. Tra di loro Lorenzo Guadagnucci, all'epoca penna del Resto del Carlino e oggi nella redazione economica di Quotidiano Nazionale che ha rilasciato una bella e intervista - a firma di Pierangelo Sapegno di Oggi e riportata da Dagospia - su quella terribile esperienza. "Quando questa mattanza è finita - spiega Guadagnucci, esperto all'epoca di economie alternative - noi eravamo sdraiati nel nostro sangue. Loro continuavano a minacciarci, a urlare che potevano fare di noi quello che volevano. Era vero, incredibilmente vero. Nessuno di noi aveva capito che cos’era successo. Ti hanno pestato a sangue senza un motivo, non ti hanno chiesto un documento, niente. Non puoi chiedere aiuto a nessuno perché sono proprio questi che ti stanno massacrando, quelli a cui dovresti chiederlo. Pensi che ti ammazzeranno. Tutti l’abbiamo pensato. Anch’io. È una tortura psicologica. E continuavano a farci del male." Ma Lorenzo è tra i fortunati, altri giornalisti finiranno per uscire da quella scuola gravemente feriti, ridotti a carne di macello e in coma, come il giornalista inglese di Indymedia Marc Covell per cui nel 2008 era ancora aperta una inchiesta che avrebbe dovuto svelare l'identità dei poliziotti che lo avevano ridotto in fin di vita, inchiesta per tentato omicidio finita poi nel dimenticatoio. Lorenzo Guadagnucci è tra i fortunati è cosciente in ospedale ed in ospedale gli giunge la notizia che sarà trasferito in carcere ad Alessandria, è in arresto, trasferimento negato dai medici, per evitare complicanze ed emorragie interne. "Ebbi un crollo psicologico. In quelle condizioni mi sembrava la cosa più devastante. Mi viene accanto un carabiniere: Siete sporchi, fate schifo, mi dice. Ma cosa vi ho fatto io? cosa ho fatto di male? E lui insiste: Vi hanno trattato sin troppo bene. Poi mi portano in camera e mi ritrovo due poliziotti: Siamo qui per te, sei in arresto.  Ma adesso non è più come prima. Questi sono normali. Gli chiedo: per cosa? Non lo sappiamo, a noi ci hanno detto di fare la guardia.Uno di questi, avrà avuto la mia età, 25 anni, dice: Vado giù a chiedere. Aveva capito di non avere di fronte un terrorista. Torna su sconsolato: Boh, non hanno saputo dirmi niente." 

Durante l’interrogatorio con il magistrato, Anna Canepa il giornalista finalmente può raccontare quella sua esperienza e lo fa partendo dalla riconoscimento di uno dei poliziotti maggiormente attivi durante la mattanza, lo aveva seguito con lo sguardo, si era tolto il casco e visionando un filmato lo aveva riconosciuto "Ma la Polizia si rifiutò di dire chi era" dice Guadagnucci così svanisce l'occasione di dare un nome e un cognome a quei fatti "Sembrava un colpo di stato" spiega il giornalista, come se si potesse accettare una pratica da dittatura militare, quella notte da squadrismo fascista. Così ad offrire una nuova opportunità di lavare l'onta della vergogna, ci aveva pensato la corte di Strasburgo, con la condanna di pochi giorni fa, attribuendo a quei fatti un crimine senza pari, quello di torture indiscriminate. Dopo quella condanna però, si ci è ancora una volta divisi sulle idee preconcette, scagliando tutte le polemiche sull'attuale ruolo svolto da De Gennaro, si è tornati ad essere sbirri e zecche e su questa divisione è caduta la ciliegina sulla torta, sotto forma di stato su social network, con uno dei poliziotti protagonisti di quelle "torture per violazione dell'articolo 3 della costituzione Europea" - come si legge nella motivazione della sentenza della corte dei diritti dell'uomo - che ha scritto "Ci rientrerei mille e mille volte" anche se "Quel che accadde deve essere qualificato come tortura" ancora nero su bianco sulla sentenza di Strasburgo. Una divisione dunque tra guardia e ladri, dove i ladri erano giornalisti e ragazzi disarmati, dove i "criminali" lo erano perchè "zecche del cazzo" come da registrazioni radio tra "colleghi" in quella giornata definita nel tempo in tanti modi, ma finalmente con una definizione chiara e insindacabile "Torture".

Mille e una occasioni perse, occasioni di prendere le distanze da chi ha sbagliato per ricordare insomma che il mondo non va diviso in due che le manifestazioni non hanno da un lato sbirri e dall'altro zecche, un'occasione di condannare comunque da che parte sia, chi commette violenze, abusi, devastazioni, torture; sperando sinceramente che tutte le forze dell'ordine italiane, tranne uno, non entrerebbero mai in quella notte, nella scuola Diaz.

 

Ivan Romano

Foto Ivan Romano

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