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Le foto e il racconto di Ivan Romano fotoreporter impegnato durante lo sbarco dei migranti

 

La sveglia suona presto, è l'orario in cui mi sveglio solitamente per gli arresti o per gli sgomberi. Nel cielo la luce comincia timida a farsi spazio e l'alba mi coglie quando ormai in auto, ripasso a mente le cose che ho previsto, le cose che ho visto altrove, cercando di rinnovare quelle passate emozioni, per vedere e guardare assieme a quei disgraziati e dare voce alle storie degli ultimi. La borsa è piena di attrezzatura, tre corpi macchina, una è di scorta, un grandangolo spinto, un teleobiettivo e un cinquantino, manca sempre qualcosa che hai spedito in assistenza, dopo un colpo alla manifestazione di turno o per l'usura del tempo. Vado in alto, perché in alto riesco a vedere il molo Trapezio e ci sono gli uomini dell'esercito che stanno blindando una striscia di molo. Per un attimo sono tentato di lasciar perdere tutto, come ogni volta, perché la paga è scarsa, perché so che dovrò litigare comunque con qualcuno eppure, qualcosa dentro mi spinge verso quei disperati che stanno per toccare finalmente terra e cedere alla speranza di libertà che ignari, durerà fino al solito campo di accoglienza, paradiso momentaneo tra la disperazione delle terre native e quella della libertà negata.

Quando la nave attracca in porto, gli occhi degli uomini delle forze dell'ordine, si posano su quella nave militare come sul corpo di una donna e io che vedendola manovrare in una leggera foschia, tipica dei film in cui le scene raccontano i porti, ho sentito una stretta profonda, le foto da Gaza, sono vecchie di poche ore, il fuoco che distrugge vite nell'unica direzione che quel conflitto conosce, mi hanno fatto dormire meno del solito, pregando un dio in cui non credo, pregando per i ragazzi che vivono la Palestina e che spio attraverso internet, pregando di poterli salutare ancora. Quella nave è una bara di ferro, non trasporta morti, ma nella sua stiva ha uomini, donne, bambini, vecchi, che fuggiti dalle terre della guerra e della fame, hanno per sempre ucciso le proprie radici, hanno ucciso se stessi, reinventandosi altrove. Mi hanno offerto una mascherina, mentre qualche marinaio ha allestito la scaletta con uno striscione "nave Etna" e sono certo che non la vestirò, la metto al collo e la tengo così, ormai siamo pronti e continuo a maledire quel carabiniere che ogni 10 minuti ci fa arretrare di 15 cm ogni volta trovando una scusa, dice che siamo avanzati eppure adesso la cima che abbraccia al molo la nave ci è davanti di almeno 3 metri, prima invece la tenevo al mio fianco, basterebbe che dicesse subito di arretrare e basta senza rinnovare ogni volta l'egida della sua divisa. 

I primi scendono con tute bianche e mascherine, 86 disgraziati che hanno la scabbia, sembrano tutti uomini, ma in fila dietro un'ambulanza sono come relitti, qualcuno è scalzo e sono fermi sotto un sole che non è ancora cocente ma restano immobili come soldatini, mi chiedo poi ad aspettare cosa? Scatto qualche foto, ma non vedo i volti, coperti da quegli abiti asettici, poi cominciano a marciare a fila indiana. I volti cadono a guardare il cemento che arde i piedi agli scalzi e indica semplicemente una nuova vita a tutti, qualcuno alza gli occhi timido, sembra chiedersi perchè? Perchè siete qui a fotografarmi? Ho lo stesso perchè in testa mentre osservo quella processione di tute bianche, gli ultimi sono senza e nella testa rimbomba il rumore degli otturatori delle macchine fotografiche, poi sfuggo ai carabinieri e poliziotti che gentilmente si sono piazzati tra noi e le nostre storie e inquadro il lungo molo trasformatosi in una passerella divisa da transenne, verso il mare i migranti malati e in fondo un autobus che li scorterà nei centri ospedalieri

Altri si aggiungono ad altri, un progressivo silenzio ha colpito i colleghi fotografi e video operatori, ora che non ci sono dirette tv e mentre restiamo immobili, ciascuno nei propri pensieri, scossi come nessuno può immaginare, come nessuno potrà mai comprendere, soprattutto chi continua a definirci avvoltoi senza sapere che non è la vendita di una foto a riempire la pancia e neppure l'anima, mentre ognuno di noi, fa la conta con le sue emozioni, un pianto di un bambino giunge restio fino a noi. E' un fagotto nelle braccia di un volontario e si dimena il suo grido abbandona la timidezza e squarcia rapido il silenzio, poi il suo angelo indica su, verso il ponte della nave e il bambino sorride, rassicurato chissà da cosa.

I giornalisti si accalcano attorno al prefetto e lo senti con una voce da madre, avvolgere in un abbraccio ipotetico quella disgrazia che ci vede narratori e la sua voce si trasforma quando qualcuno ipotizza la separazione delle famiglie e ancora torna una domanda perchè? L'intervista finisce mentre in cielo un elicottero taglia di netto l'aria producendo un suono tribale, ma subito un altro ingorgo di microfoni e cavi, telecamere, registratori, formano un anfiteatro di curiosità attorno al sindaco. E' breve la sua intervista, scappa via, senza la solita scorta di fotografi personali e si dirige ad una delle tende mensa, inghiottito come un sasso in un mare di disperati. Quando esce ha il volto contratto, capisci che sta soffrendo, capisci che non è la solita passerella, ma questa è solo una sensazione personale.

Un giovane a capo di un altro gruppetto, osserva la mascherina di una volontaria, la indica ridendo di un sorriso beffardo poi scherzano tra loro e mi sollevo dal senso di imbarazzo prodotto da quella maschera necessaria per tutti, tranne che per il prefetto e il sindaco e uno sparuto numero di coraggiosi, mi sollevo dal dubbio e la tolgo definitivamente dal mio collo. Giancarlo uno degli operatori tv di Napoli, offre il fuoco ad un vecchio siriano che boccheggia profondo dalla sua sigaretta, rubo uno scatto inutile per la stampa, prezioso per la mia memoria. C'è sempre un "maledetto" carabiniere a ricordarti che la divisa ha un senso e sai che non è poi maledetto e con lui neppure il poliziotto che continua ad allontanarti dai piedi scalzi che danzano sul forno del molo, mentre nessuno assiste quel povero disgraziato dai piedi sporchi di grasso, non sarà il solo a danzare su carboni di pietra, temo, ma è più importante vietarmi una foto che soddisfare il benessere di quei piedi martoriati.

Improvvisa cresce una sensazione che ancora non aveva bussato, gli occhi spenti, la disperazione di uno sguardo vuoto, i sorrisi e le speranze di chi ti guarda, congelano il cuore, immobile nel passare alla mente le scene dei campi di accoglienza che hai visto altrove e questo sentimento di impotenza, di ipocrita discolpa, ti stringe il collo e il respiro si fa pesante e trovi mille gesti che fermi per sempre in quella che è una semplice fotografia no, è verità e condividi quel senso di accoglienza con un maggiore dei carabinieri che ti parla di rispetto delle diversità e carità cristiana e credi in fondo che un dio possa esserci già solo in questo. Un bambino saluta, una madre tira un ceffone alla figlia, tanti sorridono, altri restano impauriti a guardare le tue foto e vedi in quegli sguardi la paura dei bombardamenti, degli spari, della fame e tu sei davanti a loro a spettacolizzare una tragedia di cui ti senti corresponsabile, perché vivi in una parte di mondo colpevole. Francesco, Alfonso e altri cedono al senso di colpa e quella colpa diventa rabbia e quella rabbia la scrivono con la luce che illumina il volto di una ragazza. La colpa diventa clamorosa e si traveste nella pietà dei colpevoli improvvisamente colti da un senso di ingenua scoperta, come se questa tragedia non sia stata raccontata decine, centinaia, migliaia di volte. Una scoperta improvvisa e fugace nella memoria, eppure poche ore prima, a Gaza boati distruggevano case e vite, innescando quello che porta alle tragedie del mare e forse noi, ancora più colpevoli a guardare solo nel giardino della propria casa, solo quando si brucia il prato.

Molte volte ho chiesto a me stesso perché? Perché svegliarsi, spesso all'alba dopo notti tra archivio e post produzione o correre dietro alle storie degli ultimi per pochi euro, come se si potesse sempre vivere di pochi euro, come se il tempo impiegato a correre dietro le storie degli altri, potesse poi essere recuperato senza sacrificare i cari, gli amici, l'amore. Il perché l'ho visto negli occhi dei migranti della nave Etna, nei loro braccialetti numerati come i porci o le vacche d'allevamento, ogni colore un popolo, ogni popolo una destinazione diversa, quattro mura e un pasto garantito senza la dignità del lavoro, tra il commento di un poliziotto "adesso dobbiamo anche sfamarli" e le critiche del moralista di turno impegnato ad essere più importante di te che sei li per lavoro, un lavoro che hai scelto, che senti il bisogno di continuare a scegliere anche se non è un lavoro, ma una forma di schiavitù volontaria, una forma di salvezza che passa attraverso la passione, il racconto.

Stefano è venuto da Napoli, ha cinquant'anni, anno più, anno meno. Mi ha riempito di consigli, è come un maestro che vedi qualche volte in giro dietro un vip, una rapina, il viadotto di una tragedia, un festival, Schumacher. Ha l'esperienza e il personaggio cucito addosso, come nel film di Oliver Stoner "Salvador" che racconta di un fotoreporter di guerra trasandato ed avventuriero, il film che mi ha messo questo pallino in testa, assieme alle foto del Vietnam. Stefano è trasandato, ha macchine fotografiche che si tengono integre con il nastro isolante, fuma, ha una grande intelligenza e sa dove guardare. Stefano non ti ostacola, anzi qualche volta è anche troppo buono e allora lo senti dire il tuo nome e aggiungere "ma due foto a me le fai fare" e sai che non è una domanda. Stefano è un fotoreporter e io lo guardo con gli occhi di chi deve rubare il mestiere, per questo l'ho visto, mentre lasciava che la macchina fotografica si posasse sul busto, resistere alla gravità solo con la tracolla abbracciata al suo collo e guardare davanti a se, senza fotografare. Ero troppo vicino per riuscire a fotografare il suo sguardo, ma l'ho visto per alcuni secondi. Davanti a noi, uomini con donne e bambini immobili sotto l'ombra dell'autobus, aspettano l'ultima tappa del loro viaggio e lui, tra me e loro, immobile e con lo sguardo di chi ha abbandonato il ruolo di narratore, per indossare quello di fratello maggiore, un fratello impotente e colpevole, un fratello che vorrebbe fare tutto e che invece resiste appena all'emozione, resta assente, paralizzato da quella sensazione che ti frantuma l'anima, ogni maledetta volta che racconti una storia, la storia degli ultimi. Poi si gira e mi vede fermo nel puntare su di lui la mia attrezzatura, mi fa una smorfia e fugge via.

A Salerno, martedì 1 luglio 2014 è approdata una nave militare, nella stiva i sopravvissuti ad un viaggio della speranza, in fuga dalla Siria e da altri paesi, 1036 migranti dei 1044 partiti dalla Sicilia, una donna incinta e la sua famiglia hanno trasbordato nei pressi di Siracusa, ma questa è la notizia che circola tra noi fotografi. Il bilancio del loro viaggio conta 45 morti i loro sguardi non possono essere spiegati da nessuna parola, la fotografia invece è viva come un'atroce memoria, la fotografia come canta Enzo Avitabile "è una fotografia no, è la verità". Ieri notte la luna sorrideva, forse nel piccolo lembo che i giochi di ombra e luce prodotti dallo spettacolo del sistema in cui con la terra si diverte a farsi osservare, voleva sussurrare a quei migranti un sorriso, il sorriso di chi ieri, oggi, domani, si trova a fare i conti con gli assenti, quelli che muoiono di fame o guerra, quelli che scelgono il mare, per risorgere come due millenni fa, Yehoshua ben Yosef fece con la sua croce.

 

Ivan Romano

Foto di Ivan Romano

 

 

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