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La difficile passione del racconto confrontata ai doveri della cronaca e quelli dell'anima

Ho sempre pensato che per raccontare una storia si doveva cominciare dai piedi. Indiscutibilmente i piedi e le mani, sono il passaporto che meglio documenta le nostre abitudini, i nostri percorsi. Nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare gli odori e ricordo perfettamente quando un professore di sociologia parlò con nostalgia delle puzze umane. Sosteneva che la società contemporanea aveva disintegrato gli odori degli uomini, rendendoli tutti, inevitabilmente simili e riconoscibili in 4 o 5 marche di deodoranti. Nel tempo ho capito poi, che la storia degli odori, delle puzze di contadini, pescatori o dei medici e avvocati, era la storia di chi osservava le persone con il filtro dell'occidente. Così ho abbandonato gli odori degli uomini e ho cominciato a cercare gli odori dei cibi, i colori e le forme degli abiti, nell'illusione che pensare gli uomini come tutti uguali, fosse la massima espressione di libertà. Ho così vissuto una stagione di arroganza, troppo impegnato a reclamare una uguaglianza di diritto, basata su una pseudo uguaglianza di specie, senza capire che la prima, sacrosanta, non sposava per forza di cose la seconda.

Con il tempo sono approdato all'elogio della differenza, una interpretazione tutta personale di un'antropologia della convivenza, che implica una maggiore fiducia negli altri, ma anche una accettazione non sempre pacifica, di tutto ciò che non è "io". Trovandosi a un metro da uomini e donne che trascinano vecchi e bambini e che lo fanno probabilmente da tantissimi mesi, dopo aver abbandonato case o rovine, dopo aver cercato uno scafista, i soldi per un viaggio che immagino pieno di timori e non solo di ultime spranze, non posso esimere la mia interpretazione di un mondo multietnico, da un forte senso di disgusto. Non certo per quei disgraziati che abbiamo abbandonato a conflitti senza interessi o a terre aride, ai quali addossiamo le più feroci assurdità, ultima il paragone del costo di un immigrato, con quello di un tutore dell'ordine. La vera puzza, si manifesta nel chiacchiericcio di più esperti e sicuramente bravi giornalisti, pochi, ma più che sufficienti, che si esprimono con una violenza audace contro questi che probabilmente scambiano per turisti del lusso, come frequentatori di salotti culturali o consumatori di aperitivi.

La puzza a questo punto diventa chiara, distintiva, non più come le puzze che un tempo ti permettevano di riconoscere e distinguere un pastore, da un sarto, no questa è una puzza che non tolleri perchè ti entra nel cervello e fa eco di frasi che puoi tollerare di leggere su un forum della rete, massima espressione di una democrazia dell'inutile, ma che non accetti da chi dovrebbe raccontare un fatto, disperati fuggono verso qualcosa di migliore. In questo mi accorgo che la vecchia idea di vedere gli uomini come tutti uguali, intimamente è ancora viva come una speranza, diversi nelle culture, diversi nelle storie, ma uguali davanti alla tragedia. Non puoi spegnere quel lamento di razzismo che prosegue, perderesti i saluti dei bambini, le grida di speranza dei palestinesi, ma anche l'emozione di altri colleghi e quasi ti senti fortunato a raccontare quei piedi e quelle mani, t'illudi che veramente puoi raccontare quella storia per renderla una storia condivisa e lo fai nonostante il ronzio continuo delle frasi razziste di quella solita giornalista lamentosa. Ma, proprio mentre quasi non la senti più e segui una coppia di mezza età, lui grida "Palestina" mentre alza la mano con il saluto di Gaza e continua ad accarezzare sua moglie, stesa sulla barella che la sta accompagnando al fresco del ristoro, proprio in quel momento in cui trovi nuovo slancio e cerchi di abbandonare quell'eco fastidioso, un collega della televisione segue il movimento che fai con altri fotografi e video operatori, per continuare a seguire quella coppia e in un attimo ti cade tutto il mondo addosso, sotto il peso di una parola, sciacalli che pensavi veramente di non dover mai sentirti urlare contro, da uno che fa il tuo stesso mestiere, racconta storie.

Per un attimo mi fermo, penso che potrei essere altrove, tanto dopo il primo sbarco hai tanta di quella roba, che puoi rifornire un mese di sbarchi e invece tu hai scelto di tornare, di guardare negli occhi quella gente, perchè solo tu sai quanto credi a quelle storie, indipendentemente da una giornalista razzista che probabilmente voleva essere a qualche conferenza politica con tanto di buffet finale, indipendentemente dal blogger di turno che viene a rubare dieci foto, impadronendosi della verità del mondo, nel populismo tradizionale del "io vi racconto la verità che altri tacciono" come se al mondo esistesse una sola verità.

Sciacallo, scatto ancora qualche foto, sorrido ai bambini, mi paralizzo agli occhi impauriti di un pargolo tutto occhi e bocca, mentre alle sue spalle la madre mi sorride e io gli rendo la cortesia, come un ospitante dovrebbe sempre, scambiando qualche saluto in inglese e in arabo. Sciacallo interrogo me stesso, ripenso alle immagini della Siria e di Gaza, città sventrate, corpi che escono miracolosamente da muri sgretolati, corpi a pezzi e allora ripenso a quella parola, sciacallo e non posso non ricordare Marco Paolini, attore veneto e non posso non ricordare il suo racconto sul Vajont e sulla tragedia del 1963, quando una frana finita in una diga appena costruita, cancellò 2 mila vite. In quella vicenda una giornalista Tina Merlin dell'Unità, aveva raccontato la tragedia "Sulla pelle viva" giorno dopo giorno prima che la tragedia rendesse la pelle morta e lo aveva fatto raccontando le paure, le irregolarità, i soprusi, la quotidianità dei vivi. Tina Merlin all'indomani della tragedia, aveva scritto "come si costruisce una catastrofe" raccontando tutte le irregolarità che portarono a quella tragedia e un giornalista, considerato tra i più grandi d'Italia, Indro Mondanelli ebbe a rispondere alle denunce della Merlin, con la parola "sciacalli".

Mentre i festival, le tribune politiche, l'estate, gli incidenti e la Salernitana vanno in scena su quotidiani e televisioni, oggi arriva il terzo sbarco, sistemo le macchine e le attrezzature e mi preparo alla nuova giornata di sentimenti contrastanti, tenendo sempre ben salda la frase di un volontario internazionale, conosciuto qualche anno fa, "restiamo umani".

 

Ivan Romano

Foto di Ivan Romano 

 

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