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Il racconto di uno sbarco di migranti

 

 

 

 

Due giorni di vita e alle spalle una storia giù più grande di lei, una madre scappata dall’orrore e dallo sfruttamento di giorni terribili che tramutano in speranza anche un viaggio della morte a bordo di un barcone diretto per chissà quale destino.

La tenerezza di soli due giorni di mondo avvolta in un "bodino" tutto consumato e bagnato che ha destato preoccupazione nei volontari presenti  quando si son resi conto di non possedere sul posto alcun indumento utile per coprirla. Ma senza perdersi d’animo una corsa all’Ospedale San Giovanni di Dio Ruggi d'Aragona ha portato sul posto tutine per la piccola arrivata.

Non ha avuto invece la stessa fortuna l’altra donna che ha partorito durante la traversata della paura che ha messo al mondo un feto morto, un piccolo cuore che non ha retto a tanto dolore.

E la morte nel cuore l’avevano anche i due fratelli che durante la traversata han perso l’unico genitore rimastogli. Vicini, uniti, inseparabili in quel dolore son scesi dalla nave avvolti dalle loro coperte termiche. Non una parola, sguardi immobili, spalla contro spalla.

E poi la fierezza di alcune ragazze che sul molo seguivano le direttive dei soccorsi con passo deciso, sguardo alto, spalle dritte come a voler mostrare la loro vittoria contro la morte.

47 i minori presenti sulla nave che li ha tratti in salvo e tra di loro una bimba di forse 7-8 anni che è sbarcata sul molo con i suoi piedini scalzi tenendo la mano al suo papà. I fotoreporter presenti han cercato di attirare la sua attenzione, qualcuno ha provata a salutarla, ma i suoi occhi erano bassi, rivolti verso la terra ferma che finalmente era riuscita a raggiungere e  che guardava con occhi increduli e terribilmente tristi.

Bambini-tristezza dovrebbe essere considerato un ossimoro, uno dei peggiori accostamenti che si possa fare, due parole che non dovrebbero mai convivere in una stessa frase, un abbinamento da considerarsi reato. Ma purtroppo quando si parla di guerra non esiste età per potersene sottrarre e, anzi, a farci le spese sono sempre più loro.

E poi ancora altre 6 donne gravide, alcune decine di malati di scabbia, due uomini con ferite da armi da fuoco, uno dei quali con ancora la pallottola inserita in una gamba, un altro uomo con i piedi feriti da un’arma da taglio. Bendati, zoppicanti, doloranti, hanno trovato ognuno braccia pronte ad accoglierli.

I volontari che partecipano alle accoglienze della disperazione sono sempre davvero tanti e la macchina del soccorso del 118, della Croce Rossa Italiana e della Caritas si è subito messa in moto per l’emergenza generano una catena di solidarietà che si è mossa per tutta la notte. Visite mediche, ecografie per le donne in attesa, pasti caldi.

A colpire una volontaria italiana, forse appartenente ad un centro di accoglienza o ad una parrocchia che con estrema forza d’animo, senza mascherina né guanti, si è inginocchiata ai piedi scalzi e stanchi di ogni migrante porgendogli scarpe nuove. Un gesto fatto con estrema naturalezza ed umanità, il gesto tipico di una madre dell’Italia del Sud che quando ti vede ritornare a casa stanco e con le scarpe zuppe di pioggia corre davanti alla porta a porgerti qualcosa di asciutto e confortevole. Una solidarietà che supera colore, religione, etnia, lingua.

Questi i momenti dello sbarco delle scorsa notte, come sempre momenti di grande commozione e riflessione, di un Paese in fuga dalle bombe e dal terrore che per trovare un attimo di respiro deve far i conti con le frontiere, con i politici, con gli xenofobi e con tutti quelli che pur condividendone la stessa sorte gli peggioran la situazione portandosi dietro idee di delinquenza e violenza.

Se solo in quei migranti ci vedessimo il volto dei nostri nonni in fuga verso una vita migliore o dei nostri figli emigrati in cerca di un lavoro dignitoso, forse la compassione, quella sana ed intelligente, sboccerebbe in ognuno di noi non permettendo di far di tutta un’erba un fascio e soprattutto non permettendo che il problema venga affrontato solo da alcune realtà che decidono di non chiudersi in se stesse fronteggiando un’emergenza che se vissuta come dominio mondiale si potrebbe arginare.

Utopia? Si spera di no!

 

Fabiana Amato

Foto Teresa Biancorrosso

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