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Morto a 82 Vincenzo Greco storico edicolante e salernitano doc

 

 

 

E’ morto giovedì 29 dicembre, l’ultimo strillone salernitano, Vincenzo Greco, mio nonno. Da lui ho ereditato il mio essere salernitano, da lui ho imparato tanto eppure sono certo mai troppo.

La porzione di storia, una storia di Salerno, una Salerno fragile, umile, operaia e lavoratrice, nelle parole che amavo ritagliare quando capivo che ne avevi voglia, viaggiando nei tuoi ricordi.

Una calamita legata allo spago per raccogliere le monete nelle vecchie grate di ferro. Le adunate da balilla, correndo dietro un muro, per tornare a sfilare ed illudere un gerarca. Le bombe inglesi. La lotta contro i tedeschi per difendere l’orto, fino al rischio di correre dagli americani, per svelare le posizioni dei crucchi.

I corpi di due giovani tedeschi uccisi dalle fucilate alleate e la sensazione dai tuoi racconti, che non te lo sei mai perdonato. Le partite a calcio sulla spiaggia di Santa Teresa e il provino con la Salernitana che volevi fare scalzo perché con le scarpette non eri abituato.  

Gli anni nell’orfanotrofio a Napoli. La Salernitana con il racconto del grande Torino e tutti quei nomi e aneddoti che echeggiano nello Stadio Vestuti. L’alluvione, la rinascita, l’amore con Rosa, conosciuta in un ospedale, dove entrambi curavano la tubercolosi, quella che spesso veniva chiamata, malattia dei poveri e per questo forse, sempre taciuta. Il lavoro, con l’odore delle rotative sui giornali ancora caldi e i clienti che volevano leggerli.

Mia madre, la fisarmonica. Una casa in affitto a strapiombo sul mare, quel mare da cui strappavi tempo e pesci. I nipoti. Gli interminabili pomeriggi a giocare a carte, guardare Piero Angela, leggere giornali, vedere fotografie. Le passeggiate a lungomare con Ersilio e le bomboniere a gelato, o le macchine del parco gioco a Santa Teresa che raramente frequentavamo a causa di “oltre imbarcadero” per via di quei ragazzi magri e strani che vagavano e non capivo. La polvere del campo di Canalone e i lacci che non sapevo stringere mentre portavo la maglia granata.

Il lavoro e gli amici di via de’ Principati, Sandro e la casa a Faiano per Mamma, Papà e Ruben, tutta nostra, con il mare lontano e le colline, i ruscelli e i tuoi amati uccellini, frutto del tuo lavoro. L’odore dell’erba umida del Simonetta Lamberti quando ai lacci ormai badavo da me, stadio in cui eri andato tanti anni prima, da tifoso della Salernitana e ti avevano accolto come sempre con le pietre. Io, tu e nonna nella nuova casa in via Pio XI, sempre in affitto.

Il silenzio della morte di una moglie. Io e te nei nostri echi, i film di Totò e quelli di Bud Spancer e Terrence Hill, le partite alla televisione, specie quelle con la nazionale in campo, lo sport non contava. Il ciclismo, Patani, il giro e i mondiali. Le mie prime fotografie e i campi polverosi di provincia e le punizioni che segnavo con il sinistro, il piede di Maradona, il tuo piede. Tu, Ruben, Santa, Teresa i cani e il pesciolino rosso sempre pronto a lanciarsi oltre il vetro dell’acquario e tu a rincorrerlo per evitare che morisse.

Le carezze dei momenti difficili, le tue fughe ai litigi e le tue parole, mai severe, sempre potenti. Le lacrime per un fratello a quattro zampe e i sorrisi per le foie dei Jack Russel. I racconti di ieri, la tessera elettorale con l’ultimo timbro, “l’ambiente è importante” mi dicevi, non possono sporcarlo con il petrolio. L’ultima vigilia, il tuo sorriso, le tue battute, i tuoi dolori. Tanto, troppo ancora.

Per chi volesse lasciargli un saluto, può farlo con l’allegrezza di chi sa di aver conosciuto un uomo che ha realizzato tanto, sabato 31 dicembre 2016 alle ore 10.45 a piazza San Francesco a Salerno.

 

Ivan Romano

Foto archivio famiglia Romano Esposito Greco

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