Il ricordo di un terribile sisma nel racconto di un fotoreporter

 

 

 

Un anno fa una telefonata alle prime luci dell'alba mi svegliò dopo una notte breve, un collega mi avvisava di un terremoto, un grosso terremoto nel rietino a nord di L'Aquila.

Poche ore dopo ci trovavamo sui cumuli di macerie di Amatrice, mentre ancora si svolgevano confusi soccorsi a mani nude.

Ho seguito un salvataggio in una stradina, dove un edificio completamente collassato su se stesso stava per ridare luce dal suo utero di polvere, ad un uomo vivo.

Dune di sassi, cemento, tegole e macerie di ogni tipo, scosse da un sisma, trasformano il paesaggio, rendendolo un sentiero di montagna, dove occorre procedere come alpinisti in equilibrio su strapiombi di morte.

Dopo le prime ore, avevo addosso ciò che restava di un paese distrutto.

Il silenzio con il quale si procedeva tra quelle bellezze devastate, era necessario per sentire eventuali sopravvissuti, ma era anche il sospiro che attanaglia l'anima davanti a quella immane tragedia.

Nei giorni successivi scoprimmo i piccoli centri completamente distrutti dal terremoto, mentre dormivamo a scampoli, una notte in una tenda dei soccorsi, poi in auto, in una palestra.

Il rapporto tra la tragedia e il giornalismo non è certo facile. Il bisogno di raccontare mi ha spinto in braccio a questo mestiere, sempre meno nobile, sempre meno considerato.

Questo bisogno spesso contrasta con l'emozioni di chi vive indosso una tragedia, le prime ore si finisce per essere esposti alla rabbia, considerati superflui sciacalli.

La necessità storica che muove il bisogno di seguire fatti come il terremoto di Amatrice o altrove, è più forte di tutto.

Più forte delle ronde armate che fermarono me e due colleghi, evidente esaltazione di una certa destra nostalgica.

Più forte dei cadaveri e di chi vuole a tutti i costi scacciarti, chiamandoti in tutti i modi.

Più forte dell'emozioni che ti restano cucite addosso, mentre vedi luoghi che percepisci essere stati di una bellezza disarmante, come il battito del cuore che rallenta davanti alla distruzione.

Il ricordo si abbandona ad un murales sulla parete del centro sportivo di Amatrice, un cerchio perfetto, al centro del quale un punto e sotto il numero 99, ciò che resta della ignobile cattiveria, che qualcuno ha rivolto ai vicini abitanti de L'Aquila, un epicentro di ignoranza che oggi si riflette in un sisma che un anno dopo, tiene ancora macerie ferme lì dove c'era vita.

Ivan Romano

Foto Ivan Romano

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